Auto-Storia: i modelli più significativi

I tanti papà della Ferrari F40. O forse no…

La F40 l'ha fatta tutta tutta solo Materazzi o ci ha messo la manina anche Pininfarina?

Chi è il papà della Ferrari F40? Dire che è in corso una diatriba è eccessivo, ma è vero che la paternità è contesa. Una macchina, non se ne abbiano gli appassionati, non è un essere vivente e quindi in questo caso la paternità può essere plurima.

Esempio: un album musicale è il risultato di tanti apporti, non c’è solo il cantante che ci mette la voce, ci sono le linee di basso, i soli e la sezione ritmica, la batteria e gli eventuali accenti vari con le tastiere e i cori e poi c’è il tecnico del suono e un’infinità (quasi) di altro contributi. Ecco, con la Ferrari F40 il discorso è lo stesso.

Nasce in un periodo che per la Ferrari è aureo a livello agonistico, grigio a livello stradale: è l’inizio della seconda metà degli anni ’80 e in giro incominciano a circolare sportive che costano la metà e le danno la biada.

emanuele beluffi, ferrari f40
Alexandre Prévot from Nancy, France, CC BY-SA 2.0 creativecommons.org, via Wikimedia Commons

Date una Ferrari a questi qua

E’ una situazione insostenibile per la casa madre, alla luce del fatto che non tutti i clienti sono gentlemen drivers e che molti vogliono una macchina per fare i fighi su strada ma anche e soprattutto giocare a fare i piloti su pista.

Insomma, ci vuole una macchina per questi qua, non gli si può lasciare la BMW M3 e la Porsche 959.

Detto, fatto: la Ferrari F40 è la macchina pensata e fatta apposta per loro. E’ il 1987, per l’esattezza il 21 luglio, conferenza stampa al Centro Civico di Maranello (ora Museo Ferrari): si scoprono gli altarini, anzi il telone e agli occhi della stampa e degli operatori di settore viene presentata, prima accolta con un brusio poi con un fragoroso applauso, l’automobile di serie più veloce al mondo, con i suoi 324 km/h. Pesa 1.150 kg, monta un 2.9 litri V8 a 90 gradi, eroga 478 CV e 577 Nm di coppia a 4.000 giri/min e va da 0 a 100 in 4,1 secondi.

emanuele beluffi, ferrari f40
Miguel Mendez, CC BY 2.0 creativecommons.org, via Wikimedia Commons

Ibrido vuol dire che è fatto di tante cose

Il telaio è ibrido, cioè “fatto di tante cose” (cit. La Zanzara di Cruciani), tubolare in acciaio e materiali compositi (cioè ibridi a loro volta), kevlar e fibra di vetro e di carbonio impregnati con resine epossidiche, magnesio per coppa dell’olio, coperchi delle testate, collettori di aspirazione e campana del cambio, più una superficie in plexiglas per il motore a vista.

La Ferrari F40 nasce per celebrare i 40 anni della casa di Maranello ed è un mostro di potenza, che veramente dovrebbe essere messo in mano solo a chi la sa guidare, ma per 400 esemplari preventivati arrivano 900 richieste via fax (all’epoca Internet anche no), quindi la tiratura sale a 1.337 e resta in produzione fino al 1992. E’ un successo planetario, piace poco alle femminucce e molto ai maschi alfa (fra le tante c’è una foto di Sylvester Stallone fiero accanto al suo bolide rosso).

Chi è il suo papà?

Ma chi l’ha fatta, la F40? Non nasce dal nulla, anzi è l’erede della 288 GTO (e a sua volta sarà la mamma della F50) ed è, come per tutti i prodotti della creatività e dell’ingegno che non siano un quadro o un romanzo, figlia di più esperienze e sensibilità: serpeggia come un fiume carsico, ma c’è una discussione fra addetti ai lavori sulla paternità della creatura.

E’ brutto dire “alcuni dicono che, altri affermano che”, ma allo stato attuale la situazione è così: chi difende a spada tratta il ruolo pressoché univoco nella F40 dell’ingegnere Nicola Materazzi (che progettò fra le altre anche la Lancia Stratos e, in Ferrai, GTO, Testarossa, GTO Evoluzione, 328, 208), chi dell’ingegnere e designer Leonardo Fioravanti (sue, per restare in Ferrari, le 365 Daytona, Mondial, 512, 308, 328, 288 GTO e Testarossa), ma alla luce di quanto detto fin qui è altamente probabile che la F40 sia stato, appunto, il risultato dell’apporto di diverse esperienze: la firma ovviamente ce la mise Ferrari, ma un ruolo imprescindibile fu quello di Pininfarina, di cui era a.d. Fioravanti dal 1985 e quindi possiamo dare a Cesare quel che è di Cesare: a Materazzi la meccanica, a Pininfarina l’estetica e al designer Pietro Camardella il disegno fatto e finito.

 

emanuele beluffi, ferrari f40
creativecommons.org, via Wikimedia Commons

Quindi la F40 non è stata fatta tutta tutta, dalla targa davanti a quella di dietro, da Materazzi?

Considerate che nel curriculum vitae di Leonardo Fioravanti il piano quinquennale di Pininfarina Studi e Ricerche s.p.a. all’anno 1987 annovera fra le voci Testarossa, 288 GTO e 328 e 348 e una bella sigla F40.

Ma la querelle è tuttora aperta, la risposta sulla paternità della F40 andrà avanti ancora fra addetti ai lavori.

Non importa di che colore è il gatto, basta che prenda i topi

Una cosa è certa: sarà la Ferrari preferita dai ferraristi (o una delle loro preferite), ma questa preferenza viene accordata soprattutto a livello prestazionale, perché, diciamocelo, a livello unicamente estetico non era proprio proprio bellissima, questa F40.

emanuele beluffi, ferrari f40
Falcon® Photography via Flickr

Di Ferrari ne han fatte di più sesky

Di Ferrari ne han fatte di più sesky, ma come disse una volta il Drake (che di suo si spostava su una Fiat Ritmo guidata dall’autista di fiducia), chi se ne frega se non è uno schianto di bellezza, l’importante è che corra.

Non disse esattamente così, ma il senso delle sue parole era quello…

Emanuele Beluffi

Giornalista pubblicista, già responsabile di redazione presso Il Giornale OFF, spin off culturale del quotidiano il Giornale, editor di CulturaIdentità, conservatore presso Fondazione Sangregorio Giancarlo.

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